Templi
Museo Archeologico Regionale di Agrigento
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Museo Archeologico Regionale
Il Museo Archeologico Regionale di Agrigento fu inaugurato il 24 giugno del 1967; la sua costruzione risale al 1960 ed è opera dell'architetto Franco Minissi è stato allestito all'interno della zona archeologica di Agrigento, occupando i locali del Monastero di San Nicola ed anche un grosso edificio di recente costruzione. Nonostante la grande importanza che ebbe Akragas tra le colonie greche della Sicilia e della Magna Grecia e nonostante la superbia delle testimonianze archeologiche e delle ricerche che erano state condotte da Pirro Marconi negli anni venti del `900 e da Pietro Griffo e suoi collaboratori negli anni '50, era mancato un istituto museale che rappresentasse degnamente la città della Valle dei Templi. Era esistito un museo civico che sotto la direzione meritoria di Giovanni Zirretta conservava le memorie storiche dell'antica Akragas provenienti da grandi scavi fatti negli anni venti e negli anni trenta che si aggiunsero ai vecchi modestissimi fondi civici. L'idea della costruzione del nuovo museo si accompagnò alla fervidissima attività di ricerca archeologica condotta dalla Soprintendenza alle Antichità di Agrigento, istituita nel 1939, cui fu allora assegnata la competenza dei territori delle province di Agrigento e di Caltanissetta ed in anni più recenti di quella di Enna. Promotore ed anima di memorabili ricerche archeologiche fu Pietro Griffo, che si avvalse della preziosissima collaborazione di Adamesteanu, Orlandini e di De Miro. Il luogo prescelto per il nuovo museo fu la zona di San Nicola situata nel cuore della Valle dei Templi, nel sito della "villa...più deliziosa in Girgenti" che ospitò la prima raccolta vascolare agrigentina, la superba collezione del Ciantro Panitteri, ora vanto del Museo di Monaco. Esso si inserì in maniera armoniosa nell'ambito di un complesso archeologico ed architettonico estremamente suggestivo ed incantevole che documenta la storia millenaria del poggetto cosiddetto di San Nicola (il nome deriva dalla chiesa medievale ed abbazia di stile gotico cistercense del XIII secolo), sede già dell'agorà superiore della città antica di Akragas per la presenza di edifici di carattere politico come l'ekklesiasterion (Fig. 1) ed il bouleuterion l'uno destinato alle riunioni dell'assemblea di tutti i cittadini liberi l'altro destinato alle riunioni del senato o consiglio cittadino. Sia l'uno che l'altro edificio presentano forma teatrale; furono in vita sin dal IV secolo a.C. e vennero abbandonati alla fine del III secolo a.C. con la conquista romana della città subendo trasformazioni profonde. L'area teatrale dell'ekklesiasterion della capacità di 3000 posti circa venne invasa da un tempio su podio (il cosiddetto Oratorio di Falaride), che servì da basamento per la successiva cappella cristiana, e dal relativo altare di età romano-repubblicana risalente al II secolo a.C. (Fig. 2); il bouleuterion della capacità di circa 300 posti venne trasformato molto probabilmente in età romano-imperiale in odeon, edificio per audizioni musicali. L'ingresso al Museo è costituito dal chiostro porticato (Fig. 3) dell'abbazia cistercense di cui rimangono organicamente inseriti nel complesso museale la grande sala dei monaci destinata a refettorio, oggi utilizzata come sala per conferenze e come biblioteca, ed il coro o presbiterio diviso in due campate, adattato funzionalmente ad auditorio e sala mostre. Vi si arriva dopo avere attraversato il sagrato della chiesa di San Nicola, all'interno della quale in una delle cappelle si conserva il monumentale sarcofago di età adrianea di Ippolito e Fedra, ed avere oltrepassato una passerella che costeggia l'area dell'ekklesiasterion e da cui si gode la più bella vista sulla collina dei templi.
Sulla parete del lato occidentale del chiostro si trova un lungo sedile ricomposto in pietra calcarea (Fig. 4), proveniente dal ginnasio della agorà inferiore della città antica individuato ad est del tempio di Zeus, recante una iscrizione in caratteri greci da parte di Lucio, figlio di Lucio, che dedica i sedili ad Ermes ed Eracle, divinità protettrici degli atleti.
Le diciotto sale del Museo che risulta da due sezioni distinte ma l'una all'altra complementare, permettono di documentare la storia di Akragas e del suo territorio sin da età preistorica. La prima sezione, dalla sala I alla sala XI, è il vero e proprio museo di Agrigento, essendo dedicata ai materiali rinvenuti nell'ambito dell'antica città; la seconda sezione, dalla sala XII alla sala XVIII, è invece dedicata all'archeologia del territorio compresa la sezione preistorica.
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Sala I
La Sala I è dedicata alle fonti antiche e alla topografia generale con pannelli che riportano testi di autori antichi sulla storia della città sin dalla sua fondazione avvenuta nel primo ventennio del VI secolo a.C.
La fondazione di Akragas avvenne nel 580 a.C. ad opera di coloni rodio-cretesi provenienti da Gela, cui si unirono con ogni probabilità altri coloni fatti venire direttamente da Creta e da Rodi. Fondatori o ecisti furono Aristonoos e Pystilos che occuparono il sito 108 anni dopo la fondazione di Gela. Akragas fu il nome con cui i Greci la chiamarono sin dal primo momento; Akragantes e Akragantinoi furono chiamati i suoi abitanti. Secondo alcuni autori, tra cui Tucidide, la nuova colonia si denominò dal fiume che vi scorreva vicino; per altri autori di tarda storiografia greca il toponimo forse pregreco sarebbe stato portato dai Greci per attribuirlo a quest'altra fondazione coloniale. Le componenti etniche che vengono menzionate sono quella rodia e quella cretese. Secondo alcune recenti interpretazioni la componente rodia, sia quella di provenienza geloa che quella sopraggiunta direttamente da Rodi, resterebbe esaltata rispetto a quella cretese rappresentata una sola volta in Gela. Lo sviluppo della città e l'accrescersi della sua potenza politica e militare furono molto rapidi. L'occupazione avvenne a danno delle popolazioni sicane. Il sito prescelto fu un sito non sulla costa, ma a pochi chilometri dal mare, su un'area collinare tale da essere protetta da incursioni a sorpresa e nello stesso tempo aperta al traffico marino. L'ampia area scelta per la città era delimitata sui fianchi da due torrenti, costituenti un baluardo naturale, l'Akragas ad est (odierno fiume San Biagio) e l'Hypsas ad ovest (odierno Sant'Anna), che confluendo a sud sul piano San Gregorio danno origine ad un unico corso d'acqua (odierno San Leone), alla cui foce in località Maddalusa si colloca un emporio presente sin dai primi anni di vita della città e destinato a svilupparsi col tempo sino ad età romana e bizantina. Alla prima tirannide, quella di Falaride, di qualche decennio posteriore alla fondazione della città, intorno al 570-554 a.C., si deve l'avvio di una forte politica espansionistica verso l'interno ad occidente e ad oriente contro le popolazioni sicane. La città diventa ricca e potente: nel 490 a.C. Pindaro l'aveva già definita "la più bella città fra quante albergo son di uomini" (Pith. XII,1-2). Akragas si fortifica, si dà un primo impianto urbanistico ed innalza i suoi primi templi per le sue divinità. Alla tirannide di Terone della famiglia degli Emmenidi, che governò la città dal 488 sino al 471 a.C., si deve il dominio sino alle coste settentrionali della Sicilia con la conquista di Himera. Questa politica espansionistica acragantina portò allo scontro inevitabile contro i Cartaginesi che vennero sconfitti nella battaglia di Himera (480 a.C.) dagli eserciti riuniti di Terone e di Gelone, tiranno di Siracusa e genero di Terone, nello stesso anno e nello stesso giorno in cui i Greci riportarono a Salamina la vittoria sui Persiani che rappresentò il trionfo dell'ellenismo sui barbari. Sotto la tirannide di Terone Akragas raggiunse uno stato di floridezza economico, politico, militare ed artistico di misura straordinaria grazie anche ad una ingente disponibilità di manodopera costituita da una massa di prigionieri di guerra catturati nell'esercito cartaginese. Dopo il 480 a.C. sorgono private dimore organizzate in un piano urbanistico compiutamente definito nei suoi valori architettonici, opere di pubblica utilità come gli acquedotti e la piscina e soprattutto gli edifici di culto di cui si dirà. Alla fine del V secolo a.C. Cartagine riprese la guerra e dopo la conquista di Himera e di Selinunte (408 a.C.) distrugge nel 406 a.C. Akragas. Da questo momento in poi la città non raggiunse il vigore politico ed economico che aveva avuto; al tempo del corinzio Timoleonte nella seconda metà del IV secolo a.C. vi fu un rinnovamento edilizio della città e la cittadinanza si accrebbe di coloni venuti da Velia che ne celebrarono una seconda fondazione con gli ecisti Feristo e Megillo. Ebbe un periodo di rinnovata potenza con la tirannide di Finzia (289-276 a.C.); nella lunga guerra tra Romani e Cartaginesi finì per perdere la sua indipendenza alla fine del III secolo a.C. con la conquista romana della Sicilia.
Sala II - Prestoria di Agrigento e periodo della colonizzazione
Nelle cinque vetrine della Sala II sono esposti materiali significativi delle popolazioni locali presenti nel territorio a partire dal III millennio sino al contatto con i Greci. Si tratta di vasi che provengono dal sito di Serraferlicchio (vetrina 1), caratterizzati da una ceramica dipinta in nero con motivi geometrici su fondo rosso violaceo che rappresenta uno stile tipico della media età del rame siciliano del III millennio a.C. (Fig. 5). Le forme sono varie e comprendono olle globulari, scodelle, bicchieri o tazze ad una sola ansa o dall'orlo allungato in quattro appendici simmetriche. La decorazione è basata sulla giustapposizione di fasci di linee a più direzionali, di tremoli e di cunei, di triangoli o denti di lupo, reticoli ed elementi a farfalla o a clessidra. Nel ripiano centrale superiore è esposto un bel bacino acromo (Fig. 6), un esemplare di quella ceramica cosiddetta di impasto buccheroide nera che si trova associata alla ceramica dipinta. Segue il materiale della prima età del bronzo siciliano della prima metà del II millennio a.C. (vetrine 2,3) proveniente dalle necropoli con tombe a grotticella di località Monserrato e Montaperto: vasi a fruttiera o coppe su piede brocche e bicchieri, dipinti nello stile della civiltà di Castelluccio (sito presso Noto che ha dato il nome alla cultura) caratterizzata da una ceramica dipinta opaca in nero o bruno su fondo rosso o anche giallino, i cui motivi decorativi e le cui forme presentano scarsa varietà e si ripetono con grande frequenza (Fig. 7). La decorazione geometrica è basata quasi esclusivamente sul motivo delle linee incrociate o su più complesse derivazioni. Attorno alla metà del XVII sec. a.C. sono documentati i primi contatti sistematici tra le popolazioni castellucciane e mercanti egei attirati dalle miniere di zolfo presenti soprattutto sulla costa agrigentina (sito di Monte Grande e Punta Bianca). I contatti tra le popolazioni locali e il mondo greco sono documentati nella media età del Bronzo (XIV secolo a.C.) e nella tarda età del Bronzo (XIII secolo a.C.) da materiali di importazione micenea tra cui una olletta triansata del tipo Furumark 45 di produzione argolica (Fig. 8) ed altre ceramiche micenee del XIV-XIII secolo a.C. presenti nella vetrina 4, da bronzi (vetrina 3, ripiano inferiore) rinvenuti nel sito di Cannatello dove alla fine dell'ottocento venne rinvenuto un deposito costituito da una accetta, da due spade e da quattro lance nell'ambito di un insediamento capannicolo assegnabile alla cultura di Thapsos che scavi recenti hanno accertato essere un emporio commerciale frequentato da mercanti miceneo-ciprioti collocato nella rotta che nel XIII secolo a.C. collegava Cipro all'occidente sardo. Riproduzioni di due anelli e di una coppa in oro (Fig. 9), i cui originali sono in possesso rispettivamente del Museo Archeologico di Siracusa e del British Museum di Londra, ed alcuni vasi sia lustrati in rosso che incisi (oinochoai, piattello, grande bacino su alto piede esposti nella vetrina 5)) documentano la cultura indigena di Sant'Angelo Muxaro permeata di elementi di tradizione micenea, che i greci trovarono in questo territorio al momento del loro arrivo nel territorio agrigentino. I due anelli, pressoché identici di forma, furono rinvenuti in due tombe della necropoli di Sant'Angelo Muxaro nella media valle del Platani. L'uno, del peso di gr. 45.9, reca la rappresentazione ad intaglio profondo entro un castone a mandorla di una vacca che allatta il suo vitellino; l'altro, del peso di gr.54,8, reca nella medesima tecnica la rap! presentazione di una figura di lupo gradiente. La coppa del British Museum è l'unica superstite delle quattro coppe auree acquistate dal vescovo Andrea Lucchesi Palli per il costituendo museo presso la biblioteca vescovile. Qui le coppe furono vedute nel 1767 dal barone von Riedesel. L'Houel disegnò e riprodusse nel 1776 per la sua opera Viaggio in Sicilia due delle quattro coppe. Le altre due coppe furono donate ad un ambasciatore inglese da un canonico legatario di monsignor Lucchesi Palli. Nel 1908 Antonio Salinas riconobbe, visitando il Museo Britannico, una delle coppe figurate in possesso di Lucchesi Palli.
Per il Pace tanto gli anelli che le coppe si ascrivono all'arte fenicio-cipriota di VII secolo a.C.; per altri studiosi in questi oggetti preziosi si può scorgere l'eco di una lontana tradizione artistica micenea maturata in ambiente indigeno e soprattutto nel sito sicano di Sant'Angelo Muxaro che un'attendibile ipotesi di Giacomo Caputo identifica con l'antica Camico. A Camico si ricollegano le leggende del re Cocalo presso cui giunse Dedalo fuggito da Creta per sottrarsi all'ira di Minosse. Cocalo accolse l'artista fuggiasco e si fece erigere da lui la munitissima, inespugnabile rocca di Camico, avente un ingresso così stretto e sicuro che tre o quattro uomini potevano bastare a difenderla. Qui Minosse inseguendo Dedalo portò la guerra anche in Sicilia. Approdato con una potente flotta a Makara inviò messi a Cocalo per chiedere la punizione di Dedalo. Cocalo, preoccupato, ricorse all'inganno. Invitò Minosse nella sua reggia e lo fece soffocare nel bagno dalle figlie. Ne restituì poi il corpo ai Cretesi, facendo credere ad una morte accidentale. Essi gli eressero uno splendido monumento che in parte era sepolcro e in parte era invece un tempio ad Afrodite. Questo restò per molto tempo un luogo di culto venerato dai Sicani finche fu distrutto da Terone, tiranno di Akragas, che restituì le spoglie di Minosse.
Nella seconda sezione della Sala II si trovano esposti i materiali archeologici di età arcaica (Vetrine 6, 7) attinenti al percorso seguito dai geloi e alla penetrazione da est ad ovest verso la fondazione di Akragas nei territori di Licata e di Palma di Monte-chiaro.
Gela, la madrepatria di Akragas, fu fondata dai rodio-cretesi guidati rispettivamente da Antifemo ed Entimo, i quali vi giunsero nel 689/688 a.C. quarantacinque anni dopo la fondazione di Siracusa. I geloi, al fine di assicurarsi il possesso di un vasto territorio dal quale trarre le risorse economiche e di ampliare i propri possedimenti, realizzarono un preciso disegno espansionistico che, svoltosi lungo le due direttive fluviali interne dei fiumi Gela ed Himera, contemplò l'occupazione e la ellenizzazione dei centri indigeni, abitati da popolazioni sicane e sicule e posti sulle alture a controllo delle vie di comunicazione. D'altra parte l'espansione lungo la fascia costiera comprese l'attuale città di Licata (antico monte Ek-nomos) e la conca valliva di Palma di Monte-chiaro con i centri del Castellazzo e di Piano della Città e il santuario delle sorgenti sulfuree di Tumazzo, la collina di Maddalusa sul mare di Agrigento, si concluse con la fondazione di Akragas.
Da Gela ad Akragas il percorso espositivo comprende nella vetrina 6 materiali di fabbrica protocorinzia e corinzia di VII secolo a.C. provenienti da Gela (Fig. 10) sia dalle necropoli (corso Vittorio Emanuele, contrada Borgo) che dai santuari di Mulino a Vento (frammenti di piatti rodi della fine del VII- inizi VI secolo a.C.) di predio Sola (lucerne e statuina di terracotta di stile tardo dedalico) di Bitalemi (coppe di imitazione protocorinzia e piccola tazza con rappresentazione della triquetra). Nel secondo settore della vetrina si trovano esposti materiali di Licata acquisiti dal Museo di Palermo e dalla collezione Navarra, quali alcune statuette fittili e piccoli vasi di produzione corinzia e locale. Tra i materiali più significativi si segnalano un piccolo altarino con sfingi affrontate (Fig. 11) ed un cratere di imitazione corinzia con volatili di VI secolo a. C.
Nella vetrina 7 tra i materiali della stipe votiva del Castellazzo di Palma di Montechiaro si segnala il dinos o bacino di produzione locale geloa (Fig. 12) della fine del VII secolo a.C. con rappresentazione della triquetra, simbolo religioso-astronomico indicante in ambiente mesopotamico la rotazione del sole e che in ambiente coloniale greco assume valenza geografica sino ad indicare la rappresentazione della Sicilia come isola a tre punte.
Nelle vetrine 8-9-10 sono esposti corredi tombali provenienti dalla necropoli Maddalusa di età arcaica con materiali corinzi (soprattutto aryballoi) che si associano a coppe di tipo ionico, ad una lekane attica con fregio di animali e due piatti rodi databili tra il 575 e il 550 a.C. che documentano l'apporto rodio nella fondazione della città (Fig. 13). La necropoli, che si trovava sulla collina che corre parallela al mare, è attintente all'insediamento che si sviluppò a poca distanza dalla costa ad ovest del fiume S.Leone, pertinente molto probabilmente all'emporio marittimo della città destinato a svilupparsi col tempo, anche oltre l'età greca, in età romana e bizantina. I corredi più antichi vennero rinvenuti in tombe a cassa e a fossa ed appartengono al medio-tardo corinzio, al periodo della fondazione di Akragas. L'inizio della necropoli si data, dunque, al primo venticinquennio del VI secolo a.C.; nessuna tomba ha restituito materiale databile in anni anteriori alla fondazione tradizionale della città, venendo così a cadere l'ipotesi circa una stazione di geloi stabilitasi presso la foce del fiume Akragas alla fine del VII sec. a.C.
Sala III - Collezioni vascolari
In questa sala sono esposte le ricche collezioni vascolari, che appartenevano ai fondi del Museo Civico, insieme a qualche donazione successiva (vaso con palestriti della vetrina 26, donazione Giuffrida), e alla collezione dei Baroni Giudice acquistata nel luglio del 1954 dalla Regione Siciliana. Questa ultima collezione fu costituita con graduali acquisti da parte delle ultime generazioni di casa Giudice, intorno al nucleo della collezione Russo di Gela (Terranova), formatasi nel periodo degli scavi privati di Gela, nei primi anni dell'Unità d'Italia. La maggior parte dei vasi proviene dalle necropoli agrigentine, i cui corredi, nel corso dell'ottocento, arricchirono di preziosi esemplari di ceramica attica a figure nere e a figure rosse alcuni dei più grandi musei stranieri (British Museum di Londra, Louvre di Parigi, Kleinkunst Museum di Monaco di Baviera) e i musei siciliani (Museo Salinas di Palermo, Museo Orsi di Siracusa). Significativo, a questo riguardo, il trasferimento della collezione del ciantro Panitteri che vendette nel 1824 per il museo di Monaco al re di Baviera Luigi I una quantità di pregevoli pezzi che furono esposti nella sala delle sculture del tempio di Egina. Per dare una idea dei numerosi vasi "agrigentini" che si trovano altrove, nei 10 pannelli appesi alle pareti est e nord di questa sala si esibiscono gigantografie di una scelta di vasi a figure rosse di grande interesse.
Le collezioni sono presentate in serie cronologica, a partire dalla metà del VI secolo a.C. sino al III secolo a.C. e con esposizione improntata a criteri didattici. Sono prodotti insigni della ceramica attica a figure nere, a figure rosse e a fondo bianco (cratere con Perseo che libera Andromeda della vetrina 27). Nell'ultima parte della sala sono esposti caratteristici esemplari da fabbriche italiote operanti nel IV secolo a.C. (apule, lucane, campane) e siceliote. La terminologia tecnica di attribuzione al ceramografo antico (pittore del vaso) mediante ricorso, per lo più, a nomi di località moderne ovvero mediante sigle è una terminologia di comodo inventata dagli studiosi; tale terminologia nasce dal fatto che nella maggior parte dei vasi è sconosciuto il nome del pittore che dipinse il vaso. Talvolta è conosciuto solo il nome del ceramista, in qualche caso eccezionale è conosciuto sia il nome del ceramografo (colui che dipinse) che del ceramista (colui che fece). Tra i prodotti della ceramica a figure nere si segnalano: nella vetrina 11 la grande anfora, attribuita al Gruppo di Leagros, con la raffigurazione di quadriga al passo con gruppo di divinità (Apollo, Ermes e Artemide o Latona) guidata da Athena (Fig. 14), e l'anfora attribuita al Pittore di Edimburgo con due guerrieri tra una figura di vecchio canuto ed altra femminile, degli ultimi decenni del VI secolo a.C. (Fig. 15); nella vetrina 17 l'anfora attica databile al 520-500 a.C. del Pittore di Dikaios con Athena, vestita di chitone ed egida con elmo attico che sta per salire su quadriga di cavalli alla presenza di Apollo ammantato in atto di suonare la lira (Fig. 16).
Con la tecnica a figure nere, che ebbe inizio nel VII secolo a.C. ed occupò quasi tutto il VI secolo a.C., le figure sono dipinte in nero sul fondo rosso del vaso e completate nei particolari con il graffito (nel periodo più antico al colore nero è aggiunto il violaceo) e con il bianco soprattutto per le parti nude femminili. Con la fine del VI secolo a.C. nella ceramica attica comincia ad imporsi la nuova tecnica a figure rosse, che convive fino all'inizio del V secolo a.C. con la tecnica a figure nere. Tra i vasi dipinti in questa nuova tecnica rivoluzionaria, capace di esprimere nello spazio compiutamente la figura umana, si segnala il cratere attico attribuito al Pittore di Kleophrades del 500 circa a.C. con deposizione di guerriero (vetrina 19), proveniente dalla necropoli Pezzino di Agrigento (Fig. 17). Sul lato principale di questo vaso, considerato come uno dei grandi capolavori della ceramica attica di stile severo, si trova la deposizione o trasporto di guerriero defunto, forse Patro, coperto da un mantello riccamente ornato, sorretto da due compagni d'arme, uno dei quali parzialmente ricoperto dallo scudo. Dietro il corpo senza vita del guerriero, il cui eidolon (spirito) si libra in volo rappresentato dalla nudità eroica, vi è un terzo guerriero nell'atto di compianto, forse Achille cui sembra riferirsi l'epiteto omerico di eokìs (piè veloce). Ai lati altri due guerrieri elmati, con scudo e lancia visti di tre/quarti che danno il senso della profondità assieme all'incrociare delle gambe e delle mani degli altri guerrieri. E' superata la rappresentazione frontale di età arcaica. Nell'altro lato del vaso si trova la scena dei giochi funebri con sei personaggi rappresentati nelle diverse posizioni, manifestamente connessa con la scena del lato principale.
Nella vetrina 27 è esposto il cratere a calice a fondo bianco, databile al 440-430 a.C., del Pittore della Phiale di Boston con la scena della liberazione di Andromeda da parte di Perseo (Fig. 18). Il vaso di eccezionale bellezza fu rinvenuto in contrada Caulineddi di Agrigento ed è considerato uno dei pezzi più importanti che le necropoli agrigentine hanno restituito. Nel lato principale vi è raffigurato il momento che precede la liberazione di Andromeda da parte di Perseo, l'eroe che in estatica contemplazione dell'infelice fanciulla ha alzato la gamba sinistra su uno sperone di roccia e regge due sottili giavellotti. Di delicatissima finezza il delicato profilo del volto; umanissima l'intensa fissità dello sguardo. Di contro a Perseo si trova Andromeda, con un copricapo di tipo frigio e vestita di una specie di maglia cui si sovrappone una breve tunica senza maniche. Anziché ad una rupe, come il mito vorrebbe, ha i polsi legati a due pali e i piedi ad un terzo palo centrale, contro cui la figura è appoggiata. Tra le due figure si nota una iscrizione di dedica acclamatoria tradizionalmente tradotta: "Al bravo Euaion, figlio di Eschilo". Altri leggono: "A Euaion amato da Eschilo". Scena ispirata chiaramente al teatro. Si è pensato all'Andromeda, tragedia perduta di Sofocle: Euaion ne sarebbe stato l'interprete; ovvero che l'acclamazione possa riferirsi ad un Euaion autore egli stesso di una Andromeda da cui il ceramografo avrebbe preso il soggetto.
Nel ripiano inferiore della stessa vetrina vi è il cratere attribuito al Pittore di Kleophon, databile al 420 a.C., con rappresentazione di scena di sacrificio nel santuario di Apollo a Delfi. Il cratere fu rinvenuto nel 1962 nella necropoli suburbana di Poggio Giache che fu utilizzata tra la fine del V e i primi decenni del IV secolo a.C. Per qualità stilistiche e compositive, che riportano all'arte fidiaca del Partenone, è una delle opere più valide di questo pittore, ceramografo autore di due altri due crateri di analogo contenuto, uno al Museo di Ferrara l'altro a Boston (da Capua). Sul lato principale si snoda il corteo sacrificale con il suonatore di flauto ed un giovane vittimario che spinge un capro verso il centro dove si prepara il sacrificio. In primo piano l'altare e dietro la solenne figura del sacerdote che immerge le mani nella bacinella bronzea delle libagioni che viene offerta da un giovane servente che nella sinistra regge il grande piatto sacrificale. Segue un esile arboscello e sul fondo il tripode votivo posato su una colonnina dorica. Il tempio di Apollo è indicato da due sottili colonne doriche sormontate da architrave ed il dio ornato di ramoscello di alloro vi è rappresentato seduto su un trono con il braccio destro piegato a reggere il ramo di alloro. Si è pensato che si tratti di una rappresentazione della "Pythais", solenne corteo che, muovendo da Atene ogni anno, si concludeva al santuario di Delfi con l'offerta del tripode nel corso di un solenne sacrificio al dio pitico.
Tra i tanti eccezionali pezzi esposti in questa Sala non si possono non segnalare: il cratere a calice a figure rosse attribuito al Pittore di Orizia, databile al 460 a.C. collocato nella vetrina 25 con la raffigurazione di una superba figura di Dioniso corrente con lunga esile lancia, dalla lunga barba e con foltissima chioma corvina, vestito di chitonisco dalle ampie pieghe svolazzanti e pelle di pantera sul braccio sinistro disteso (Fig. 19); il cratere a colon-nette a figure rosse databile al 440 a.C. nella vetrina 26, attribuito al Pittore della Centauromachia del Louvre con rappresentazione di palestra con lanciatore di disco e di giavellotto ignudi in presenza del pedagogo e di suonatore di doppio flauto (Fig. 20). Nella vetrina 28 degno di attenzione è il cratere attico a figure rosse databile agli ultimi decenni del V secolo a.C. attribuito al Pittore di Lugano con raffigurazione su due nastri (Fig. 21). Sul lato A in alto corteo dionisiaco (thiasos) con Dioniso barbuto, con kantharos e tirso (bastone con foglie di vite), che precede il mulo itifallico cavalcato da Efesto che ritorna in Olimpo; accanto agitata corsa di satirelli e menadi. In basso toro infuriato è condotto al sacrificio, preceduto da menade, con due nikai in volo alle estremità. Sul lato B il corteo presenta in alto una donna (Arianna?) con tirso e kalathos seduta tra due menadi; alla sua sinistra sta un agile caprettino o cerbiatto colto con vivace naturalismo. In basso ancora due menadi e due satiri correnti, al centro una colonnina dorica.
Tra le ceramiche di fabbrica italiota di IV secolo a.C. si segnalano: nella vetrina 34 il cratere apulo a calice del Pittore di Hearst degli inizi del. IV secolo a.C. con scena di incoronazione dell'erma palestritica, su cui è segnato il caduceo, con atleta con bende annodate che sta per posare una corona e con dietro una nike che si appresta a conferirgli la tenia (Fig. 22); nella vetrina 35 una grande patera apula policroma della fine del IV secolo a.C. del Pittore di Helios con vivace rappresentazione sul registro superiore di una biga in corsa guidata da Eros e preceduta da un cane saltellante tra le zampe dei cavalli e sul registro inferiore di una grande testa di Eros tra due ali spiegate (Fig. 23); nelle vetrina 36 piatto di fabbrica pestana con pesci databile al 325-300 a.C. (Fig. 24); nella vetrina 38 un'anfora campana con manico a secchiello databile al 350-325 a.C. del Pittore di New York con cavaliere con elmo piumato, lorica e schinieri che avanza con bandiera verso una stele con benda ad essa annodata (Fig. 25).
In fondo alla sala si trova una pregevole opera di scultura in marmo di primo stile severo, databile ai primi decenni del V secolo a.C., attribuita a Pitagora di Reggio o alla sua cerchia, raffigurante un guerriero a tutto tondo facente parte con ogni probabilità di un gruppo frontonale che suggestive ipotesi attribuiscono al tempio di Eracle o a quello di Zeus in Agrigento (Fig. 26). La scultura è stata ricomposta da numerosi frammenti rinvenuti in tempi diversi nei pressi del tempio di Eracle (testa) e del tempio di Zeus (torso, coscia, mano). La statua nella ricomposizione proposta fa riferimento ad una figura di combattente rappresentato nello schema del guerriero caduto in ginocchio con gamba destra sensibilmente divaricata, braccio sinistro spinto in alto e indietro a coprire le spalle con lo scudo saldamente impugnato in un gesto di estrema difesa. Non appare convincente la appartenenza della testa alla statua in quanto stilisticamente più antica e dal punto di vista anatomico non rispondente al torso. Accanto a questa interessantissima scultura originale si può ammirare un'altra scultura originale, una testa marmorea di divinità femminile velata databile alla fine del V secolo a.C., probabilmente raffigurante la dea Demetra, rinvenuta nel 1954 in una cisterna all'interno del santuario delle divinità ctonie (Fig. 27). Per i suoi caratteri stilistici, caratterizzati dalla struttura larga e piena del volto, dal collo massiccio riccamente modellato e dalla forte espressività dello sguardo la testa si può attribuire ad artista fortemente influenzato dalla grande scultura attica post-fidiaca, in particolare ad Agoracrito allievo di Fidia.
Sala IV - Scultura architettonica
Questa sala è dedicata alla esposizione su parete di una serie di grondaie in pietra, con un solo esemplare in marmo, del tipo a protome leonina provenienti da edifici templari e pubblici acragantini databili dalla fine del VI secolo a.C. sino al III secolo a.C.(Fig. 28). Le grondaie avevano la funzione non solo di scaricare il flusso delle acque piovane dal tetto dell'edificio ma anche quello apotropaico di difesa da qualsiasi calamità potesse abbattersi sul tempio. In età arcaica le grondaie come tutti i rivestimenti del tempio erano fatti in terracotta dipinta policroma ed avevano forme tubolari.
Con la fine del VI secolo a.C. ed il passaggio al secolo successivo le aree sacre si monumentalizzano con edifici templari. Il tempio di Eracle (m 74 x 27,78) segna questo momento conclusivo (Fig.29), al termine di un travaglio architettonico che aveva impegnato le officine siceliote arcaiche, la selinuntina e la siracusana, nella prima parte del VI secolo a.C. Esso fu costruito su una falda rocciosa della Collina dei Templi, subito ad est della porta IV Di stile dorico, esastilo (sei colonne sul lato breve) e periptero (colonnato), presenta la cella del naos di forma allungata con pronao ed opistodomo, e i colonnati laterali di notevole ampiezza. Da questo tempio provengono due diverse serie di grondaie leonine, appartenenti a rifacimenti che l'edificio subì.
Al Tempio di Eracle segue un gruppo di edifici, il cui inizio di costruzione può essere fissato intorno al 480 a.C. subito dopo la vittoria dei Greci sui Cartaginesi quando i molti prigionieri catturati nella battaglia di Himera ebbero rafforzata la mano d'opera. L'opera più colossale è il Tempio di Zeus Olimpio, di cui si dirà più avanti.
Altro grande edificio, appartenente al periodo finale della tirannide di Terone, è il cosiddetto Tempio di Demetra (m 30,20 x 13,30), collocato sulle pendici orientali della Rupe Atenea (Fig. 30). Da questo tempio in antis, costituito cioè da una semplice cella preceduta da pronao a due colonne, proviene la serie più arcaica delle grondaie leonine.
Sotto la chiesa medievale di Santa Maria dei Greci, cosiddetta per essere stata un tempo chiesa parrocchiale del clero greco, si trovano i resti di un tempio di stile dorico (m 34,70 x 15,10), periptero esastilo (6 x 13 colonne) con cella fornita di pronao ed opistodomo, databile probabilmente tra il 475 ed il 450 a.C. Non è da escludere che coincida con il Tempio di Athena costruito secondo Polieno nel periodo di Terone.
Situato all'estremità occidentale della Collina dei Templi si trova il cosiddetto Tempio dei Dioscuri probabilmente dedicato ad una dea ctonia (forse Demetra). Il Tempio (m 38,69 x 16,36) è di stile dorico, esastilo, periptero (6x13 colonne) con cella fornita di pronao ed opistodomo. Un gruppo di quattro colonne presso l'angolo nord ovest rappresentò il frutto di una ricostruzione eseguita con materiali raccolti dalla Commissione delle Antichità e Belle Arti della Sicilia (Fig. 31). Anche da questo edificio proviene una serie di grondaie leonine, simili alla serie più arcaica del Tempio di Demetra.
Con il Tempio di Giunone Lacinia (m 38,15 x 16,90), con cui inizia la sfilata dei templi sulla collina meridionale (Fig. 32), e con il Tempio della Concordia (m 39,44 x 16,91) l'architettura sacra acragantina entra in pieno classicismo tra il 450 ed il 430 a.C. (Fig. 33). Il Tempio di Giunone è di stile dorico, periptero ed esastilo (6 x 13 colonne) con pronao cella ed opistodomo. Quasi gemello del Tempio di Giunone, ma di una generazione più recente, è il Tempio della Concordia, il più conservato ed il più noto dei templi agrigentini. Il nome con cui si indica comunemente è convenzionale e gli deriva da una iscrizione latina della prima età imperiale romana con dedica alla concordia degli agrigentini. Lo stato eccezionale della sua conservazione è dovuto in parte all'essere stato trasformato alla fine del VI secolo d.C. in chiesa cristiana dal vescovo Gregorio e dedicato agli apostoli Pietro e Paolo. A tale trasformazione si fa risalire l'apertura delle arcate lungo i muri della cella. Si tratta, al pari del Tempio di Giunone, di un tempio esastilo (6x13 colonne), periptero con pronao cella ed opistodomo. Posteriore al Tempio della Concordia, databile all'ultimo trentennio del V secolo a.C. è il Tempio di Vulcano o Efesto (Fig. 34). Esso sorge su un pianoro di roccia ad ovest della cosiddetta Colimbetra, sull'angolo sud ovest della città. Anche questo è un tempio di stile dorico, esastilo, periptero con pronao, cella ed opistodomo.
Collocato fuori delle mura della città a sud della Collina dei Templi, si trova il Tempio di Esculapio databile probabilmente negli ultimi decenni del V secolo a.C., da identificare con ogni probabilità con quello citato da Polibio a proposito dell'assedio romano del 261 a.C. e da Cicerone quale santuario ancora in piena efficienza nel I secolo a.C. (Fig. 35) Alla metà del IV secolo, a seguito di recenti scavi, viene riportato l'impianto in area di un precedente santuario di VI-V secolo a.C. Da questo semplice edificio in antis, di ordine dorico (21,70 x 10,70 m) con pronao ed amplissima cella e falso opistodomo provengono alcune grondaie leonine.
Degne di particolare attenzione sono la grondaia a protome leonina forse proveniente dal Tempio dei Dioscuri, la grondaia dal Tempio di Eracle e soprattutto la grondaia di marmo grigiastro da edificio ignoto databile attorno al 470 a.C.
Sala V - Santuari
L'esposizione in questa sala è dedicata ai numerosi santuari agrigentini e si articola intorno al grande spazio riservato al tempio di Zeus olimpio e accompagna il visitatore lungo un itinerario che idealmente ne vuole ripercorrere la sequenza topografica e cronologica: dal santuario rupestre di età arcaica di località San Biagio dedicato alle divinità ctonie (o della terra Demetra e Kore) ubicato fuori le mura, a quello di V secolo a.C., sempre dedicato a Demetra, eretto in un'area di poco sovrastante; da quello ancora ctonio ad ovest del Tempio di Zeus – il più antico dei santuari agrigentini- a quelli extraurbani di località Sant'Anna e di Esculapio, per concludere, lungo la galleria nord, con la serie dei santuari ubicati nei pressi del Tempio di Eracle, a sud del Tempio di Zeus e in località San Nicola. Una parte cospicua dei materiali esposti nelle vetrine della galleria sud proviene dalla ricca stipe votiva del santuario delle divinità ctonie ubicato nell'estremo settore occidentale della Collina dei Templi il cui impianto arcaico, costituito da sacelli, periboli a cielo aperto e da numerosi caratteristici altari di forma circolare (bothroi), fu rinnovato nel corso dell'età classica ed ellenistica con una progressiva monumentalizzazione che conosce nel cosiddetto Tempio dei Dioscuri la testimonianza certamente più significativa. Si tratta in gran parte di numerose terracotte votive (vetrine 42-50): maschere di tipo rodio con diadema e velo che scende lungo tutto il contorno del volto (seconda metà del VI scolo a.C.), statuette di divinità sedute dal corpo appiattito, che recano un copricapo (polos o kalathos) ed una serie di collane sul petto, la cui origine tipologica, forse geloa, si fa risalire ad un più antico xoanon ligneo raffigurante la dea Athena venerata sull'acropoli di Lindos a Rodi; statuette femminili di offerenti che recano doni (un fiore, un vaso, una fiaccola, ma più spesso un porcellino) di epoca arcaica classica ed ellenistica (VI-III secolo a.C.). Un singolare reperto è il tubo fittile databile alla seconda metà del VI secolo a.C. (vetrina 45) con orecchie e capigliatura femminile applicate, forse rappresentazione aniconica della divinità (Fig. 36), attraverso il quale, una volta infisso nel terreno, si poteva comunicare con il mondo sotterraneo. Nella stessa vetrina un singolare vaso plastico a figure rosse di produzione attica, raffigurante il muletto itifallico di Dioniso (Fig. 37), è opera pregevole di coroplasta e ceramista insieme; la presenza di numerose matrici provenienti dal santuario ctonio e dall'esterno delle mura a sud di questo, offrono una importante testimonianza della esistenza ad Akragas di officine di cloroplasti tradizionalmente legate alla vita dei santuari (vetrine 47-48): così la serie di matrici arcaiche – tra le altre, la grande maschera di divinità del tipo cosiddetto rodio e la placchetta con la raffigurazione di Eracle che consegna il cinghiale di Erimanto ad un impaurito Euristeo nascosto all'interno di un pathos (giara) e quella di età arcaica ed ellenistica della vetrina cui appartengono le due matrici di statuette raffiguranti una scimmia kourotrophos e un suonatore di tibia (vetrina 47).
Senza dubbio una delle opere più significative di "scuola acragantina" è la superba testa elmata in terracotta di Athena (o guerriero) della vetrina 51 nella quale si riconoscono evidenti assonanze stilistiche con le sculture del lato orientale del Tempio di Egina (Fig. 38); si tratta dell'opera locale di una grande personalità di coroplasta scultore cui si attribuisce anche la bella testa femminile (Persefone?) acquisita dal Museo di Palermo, della fine del VI secolo a.C. (Fig. 39b), forse relativa ad un gruppo frontonale, come suggeriscono le asimmetrie del volto concepito per una visione di tre quarti (vetrina 51). Da ammirare nella stessa vetrina il vaso plastico di IV secolo a.C. raffigurante il dio egizio Bes dai caratteri caricaturali di un nano accosciato sulle tozze gambe arcuate (Fig. 39a). Dal santuario rupestre di San Biagio fuori le mura provengono alcuni busti di divinità (Demetra e Persefone); si tratta di caratteristiche terrecotte (vetrina 53) costituite da un busto informe e da una bella testa ben modellata contornata da una acconciatura riccamente elaborata coronata dal polos o kalathos (Egg. 40, 41): un unico esemplare si data ancora nei primi decenni del V secolo a.C.; gli altri, anche di diversa provenienza, si collocano tra la fine del V ed il IV scolo a.C. Dal santuario extraurbano di Sant'Anna proviene la serie di bronzi della vetrina 55 (seconda metà del VI secolo a.C.) che, rinvenuta all'interno di un pythos di fabbrica indigena (ubicato fuori vetrina), ne costituiva il tesoro in fase premonetale.
Numerose terrecotte architettoniche provenienti dai santuari di Esculapio e da un'area prossima al Tempio di Eracle sono esposte lungo le gallerie ovest e nord: quest'ultima completa la visita dei santuari agrigentini. Da un pozzo a nord del Tempio di Eracle provengono alcuni esemplari di statue che si collocano tra le espressioni più significative della produzione plastica acragantina in terracotta ed in marmo: tra queste, la testa fittile di kouros o sfinge (Fig. 42), opera notevole dell'ultimo quarto del VI secolo a.C. (vetrina 58), la testa maschile anch'essa in terracotta (Fig. 43) della seconda metà del V secolo a.C. (vetrina 60).
Sala VI - Tempio di Zeus Olympios
La Sala VI è il grande vano centrale inferiore cui si accede attraverso una doppia scala incrociata riservata al Tempio di Zeus Olympios (Fig. 44).
Questo Tempio fu una delle costruzioni più grandi e nello stesso tempo la più originale di tutta l'architettura greca. Non ne conosciamo l'architetto che la ideò. Di essa vale la pena riportare le parole dello storico Diodoro (XIII,82,l-4): "La struttura dei templi e specialmente di quello di Giove Olimpio rende testimonianza dell'amore per la magnificenza degli uomini di quell'epoca; esso era quasi finito e vi mancava solo il tetto quando scoppiò la guerra (quella del 406 a.C); furono allora interrotti i lavori, né più ripresero. Il Tempio è lungo 340 piedi e largo 60 (si corregge in 160), alto 120 senza i gradini. E' il tempio più grande di Sicilia, e certamente per grandezza si può paragonare ad ogni altro fuori dell'Isola: che se non fu mai compiuto, non di meno il suo piano è evidente. Ora gli altri templi o hanno solamente muri, o hanno la cella circondata da colonne; questo, invece, possiede le due qualità, poiché le colonne sono costruite insieme ai muri, di fuori sono rotonde, nell'interno quadrangolari; all'esterno misurano in giro 20 piedi e nelle scanalature può trovare posto comodamente il corpo di un uomo; di dentro, dodici. I portici hanno una meravigliosa larghezza ed altezza. Nella parte orientale (nel campo del frontone) è scolpita la battaglia dei giganti di notevole grandezza e bellezza; in quella occidentale la presa di Troia in cui si può vedere ogni eroe scolpito con le sue esterne caratteristiche qualità".
Questo Tempio venne, dunque, eretto dagli acragantini a celebrazione della battaglia vittoriosa di Himera riportata dai Greci sui Cartaginesi; i telamoni che sostenevano il peso della trabeazione lungo la pseudoperistasi del recinto templare, e le scene di Ilioupersis (distruzione di Troia) e di Gigantomachia (lotta dei giganti) sui frontoni avevano palese riferimento alla battaglia del 480 a.C. Il tempio è ora quasi completamente distrutto (Fig. 45). Ad antiche cause, probabilmente terremoti (un crollo di parti superstiti è ricordato per il 1401), si aggiunse a metà del secolo XVIII l'asportazione di gran parte delle sue rovine per costruire i moli portuali della vicina Porto Empedocle, secondo una scellerata pratica consolidata nel tempo di cavare pietra dai monumenti antichi esistenti nella Valle. Questo Tempio veniva denominato nei documenti di età medievale cava gigantum (cava dei giganti). Questo edificio monumentale ha delle peculiarità importanti e, pur rientrando nei canoni fondamentali dello stile dorico, presenta originalità di concezione e di struttura: su un rettangolo di base di 111,45 x 56,30, cioè quasi un doppio quadrato, si ergeva il crepidoma di 5 gradini. L'altezza non è calcolabile, doveva comunque superare i 30 metri. Anziché una normale peristasi con colonnato aperto intorno alla cella, come ad esempio nel Tempio della Concordia, ebbe tutto intorno una pseudoperistasi (falso colonnato), con semicolonne aggettanti da una parete piena. Il loro numero fu di 7 sulle fronti e di 14 sui lati lunghi. Erano fornite di base sagomata, che si continuava negli spazi intercolonnari, e in corrispondenza all'interno vi erano pilastri di sezione quadrangolare. Problematica risulta la ubicazione delle porte d'ingresso, perché mancano spazi vuoti tra colonna e colonna. Sembra escludersi l'accesso al centro dei lati corti dato il numero dispari delle colonne, per cui si è ipotizzato agli angoli o al centro del lato sud. Non può nemmeno dirsi se il Tempio avesse frontoni o non piuttosto copertura a terrazza sui quattro lati. Le sculture ricordate da Diodoro non si sa dove fossero e di quale materiale erano fatte (pietra o marmo). La cella aveva una forma assai singolare. Pare che fosse divisa da est ad ovest in tre ambienti, di cui due poco profondi alle estremità (dove negli altri templi erano il pronao e l'opistodomo). Di essa rimangono i resti di due serie di robusti pilastri quadrati (12 per ognuno dei lati di nord e di sud) collegati da più strette cortine murarie. La questione più dibattuta per questo Tempio è quella della posizione e della struttura delle colossali figure portanti - Atlanti o Telamoni -, alte circa m. 7,60 che, qui usate per la prima volta in un tempio, non trovano riscontro in nessun altro simile edificio del mondo antico. Le ipotesi proposte sulla loro collocazione erano le più diverse. In questa sala, attraverso fotografie tratte da antiche pubblicazioni o a mezzo plastici che riproducono più recenti ipotesi, si evidenziano soprattutto le vecchie ipotesi ricostruttive del secolo XIX, quasi tutte proponenti telamoni erroneamente all'interno del Tempio sino a quelle dei primi decenni del XX secolo che immaginavano una grande sala impetrale, coronata all'interno da "atlanti e cariatidi". I Telamoni si trovavano invece all'esterno, collocati a partire da una altezza di m 13 dallo stilobate a riempire i vasti spazi intercolonnari. Poggiavano su un ingrossamento del muro della pseudoperistasi; le gambe divaricate ai lati di un plinto costituivano puntello al peso della trabeazione sporgente, in alternanza figurativa e statica con le colonne. Sulla parte di fondo, al centro della sala, è fissata la gigantesca figura del Telamone, così ricomposta nel 1825 da Raffaello Politi sulla platea del Tempio di Zeus che utilizzò vari conci e frammenti che la costituivano originariamente, rinvenuti sparsi dal Cockerell tra le rovine dell'Olympieion nella cui cella venne collocata supina. La figura lì rimase per tanto tempo fino a quando, costruendosi il Museo, fu trasferita da Pietro Griffo, cui va dato merito di questa grande operazione archeologica, e sul luogo fu lasciato un perfetto calco in cemento intonacato. La figura così esposta ha riacquistato tutto il significato degli originari valori plastici, architettonici e di equilibrio espositivo.
Sulla parte nord della sala, incorniciate entro nicchie quadrangolari, possono vedersi tre teste di altri Telamoni recentemente restaurati (Fig. 46). Ai piedi del Telamone, oltre ad un esemplare quasi completo dipinto a meandri di "kalypter egemon" (coppo maestro di terracotta che rivestiva all'esterno la trave di culmine del tetto del Tempio), che può essere una testimonianza relativa al fatto che il Tempio venne completato. Sono da notare sui lati i plastici ricostruttivi delle ipotesi più attendibili della collocazione dei Telamoni proposti all'esterno del Tempio con poche varianti da vari studiosi.
Sala VII - L'antico abitato
Vi si accede dall'angolo sud-ovest della Sala VI. Essa è dedicata all'abitato ed in particolare allo scavo condotto negli anni cinquanta del `900 di quella porzione dell'antica città denominata "Quartiere ellenistico-romano"(Fig. 47). Si tratta di un importante settore di abitato che offre la documentazione più significativa della storia urbanistica di Agrigento antica. Lintero complesso dei resti monumentali in vista è riferibile ad epoca tardo-ellenistica, ma saggi di profondità hanno rilevato che l'impianto urbano risale al VI secolo a.C.
L'impianto urbano di Akragas, come è risultato prima con la fotografia aerea e poi con le indagini archeologiche, risale a metà circa del VI secolo a.C.; esso risulta impostato su un sistema di vie principali o plateiai (strade larghe) orientate OSO-ENE, la più grande delle quali ha una larghezza di m 10,50 le altre sono sui 7 m circa. Le plateiai sono tagliate ortogonalmente da una fitta trama di stenopoi (strade strette) nel numero di circa 30 che superano le accidentalità del terreno con rampe senza modificare il tracciato. Ne risulta un alto numero di isolati (insulae) di larghezza costante, ma di lunghezza variabile a causa del diverso distanziarsi reciproco delle plateiai. Si notano, tuttavia, due griglie di isolati con orientamento e strutture lievemente diversi: l'uno alla estremità NO della valle, orientato in modo più pronunciato in senso NO/SE, ed un secondo blocco centro-meridionale, tra la seconda e la sesta platea. Tale diversità può dipendere dal fatto che questi due diversi sistemi siano il frutto di sviluppi cronologicamente diversi ma sempre riferibili al VI secolo a.C. o dovuti alle differenti condizioni del terreno con il punto di cerniera costituito dall'area dell'attuale Museo o poggio di San Nicola che viene identificata come la sede dell'agorà superiore con i suoi edifici pubblici (bouleuterion ed ekklesiasterion) e centro della vita comunitaria e politica della città.
Questo schema urbano regolare di tipo ippodameo (dal nome di Ippodamo da Mileto teorico della organizzazione urbanistica delle città greche) fu rispettato sino ad età ellenistico-romana, come dimostra lo scavo di quella zona prossima al Museo e nota ormai come "Quartiere ellenistico-romano" dove su una estensione di circa 15.000 mq di terreno terrazzato vennero messi in luce una ventina di edifici delimitati da quattro cardini, che ricalcano gli stenopoi greci, larghi circa 5, 50 m, che incrociano sei decumani corrispondenti alle precedenti plateiai. L'ampiezza di ciascun isolato è costante e corrisponde a circa 35 m. In fondo alla sala si trovano tre quadri musivi (emblemata) di fabbrica nord-africana del II secolo d.C. (Figg.48,49,50) realizzati con l'utilizzo di minute tessere policrome (cosiddetto mosaico in opus vermiculatum). Di particolare rilievo l'emblema, proveniente dalla casa della Gazzella, con gazzella che si specchia in una pozza d'acqua che sgorga da una rupe. Gli altri due quadri musivi presentano una raffigurazione su due registri, uno con gallina sacca e dei frutti, l'altro con cesto di frutti e gallo con le zampe legate da una cordicella. Sulla parete nord si trovano ricomposte porzioni di intonaco dipinto policromo che adornavano le pareti delle case romane della prima metà imperiale (Fig. 51).
Nelle sette vetrine di questa sala sono esposti i materiali provenienti dallo scavo del Quartiere ellenistico-romano che documentano le varie fasi della vita della città in età greca ed in età romana. Di particolare interesse sono alcune tegole fittili (tegulae sulfuris) esposte sui lati di un pilastro tra le vetrine 71 e 72 con iscrizioni latine in rilievo la cui funzione era quella di stampigliare in fase di colatura dello zolfo fuso estratto dalle miniere sul fondo di cassette lignee il marchio di fabbrica sui pani di zolfo destinati al commercio (Fig. 52). Alcuni portano la scritta EX OF(cina) PORCIA, altri ANNI EROTIS che indicano il nome o della fabbrica o del conduttore della stessa; in basso si notano ramoscelli o foglie di edera. Queste tegole, alcune delle quali rinvenute nell'ambito della città antica altre provenienti dal territorio agrigentino (Racalmuto, Favara e Palma di Montechiaro), documentano la fiorente attività estrattiva dello zolfo siciliano soprattutto nel III e IV secolo d.C. a fini agricoli terapeutici ed anche tessili da parte di un ceto medio capace di scalzare il vecchio patriziato grazie al potere economico derivante dal possesso delle miniere e dalla relativa attività di gestione.
Galleria Nord della Sala V
Risalendo la scala incrociata si torna alla galleria nord della Sala V dove all'angolo sud-est è esposta una delle opere più importanti di questo Museo, la statua di Efebo in marmo greco alta m 1,02 databile al 480 circa a.C. rinvenuta nel 1897 in una cisterna presso località San Biagio nella zona del Tempio di Demetra (Figg.53,54). Si tratta di un'opera originale dell'epoca di Terone stante con le braccia e la gamba destra portate in avanti e con braccio destro sollevato a reggere forse una phiale. Il tipo è del kouros (giovinetto) di ambiente probabilmente peloponnesiaco di transizione dall'arcaismo maturo e derivante forse da prototipo in bronzo, ma la particolare interpretazione del modellato parrebbe rivelare un accentuato plasticismo proprio di ambiente siceliota, che si nota soprattutto nel trattamento della parte dorsale e nel rendimento della chioma a piccole ciocche parallele filamentose a cordoncino ordinate in una liscia calotta e in un grosso rotolo sulle fronte. Per i suoi caratteri stilistici caratterizzati dalla ponderazione del corpo, dal morbido modellato del volto e dal nitore delle ampie superfici del torso scevre di ogni tentativo di descrittivismo superficiale anatomico proprio delle convenzioni di età arcaica, la statua di Agrigento si pone come esempio eclatante dello stile severo che si evidenzia nell'Efebo di Kritios dell'Acropoli di Atene.
Più avanti è collocata una statuetta in marmo bianco di Afrodite al bagno mancante della testa, nell'atto di strizzare le chiome, replica di ambiente rodio di epoca tardo-ellenistica (II-I secolo a.C.) di stile aperto che nello schema richiama l'Afrodite accoccolata a ritmo chiuso di III secolo a.C. dello scultore Doidalsas (Fig. 55).
L'altra opera è un torso maschile in marmo di figura giovanile stante con braccio destro alzato, forse un satirello nell'atto di versare (Fig. 56). Lo schema del corpo gravitante lateralmente; il delicatissimo modellato ed il trattamento chia-roscurato delle superfici fanno di questo torso un pregevole esempio di opera scultorea di derivazione prassitelica del periodo ellenistico (II secolo a.C).
Sala X
Girando a destra vi è la Sala X, dedicata agli edifici pubblici civili agrigentini (agorai, bouleuterion ed ekklesiasterion). Nella vetrina 73 sono esposti materiali significativi della storia di questi edifici e proseguendo lungo la galleria panoramica sulle pareti vi è una ricca documentazione grafica fotografica e testuale che documenta la storia di Akragas dal punto di vista architettonico e politico dall'età arcaica sino ad età romana. Tra i materiali rinvenuti si segnala il tesoretto di aurei romani rinvenuto nel 1987 in una canaletta dei bagni nell'area del bouleuterion (Fig. 57). Il tesoretto è costituito da 52 monete della fine del III secolo a.C. caratterizzate al diritto dalla testa di Marte elmato e sul rovescio dall'aquila ad ali spiegate, appartenenti a tre diversi nominali segnati dalle lettere numerali v-X= 60 assi (gr. 3,37); XXXX=40 assi (gr. 2,25); XX= 20 assi (gr. 1,13). Esso getta un fascio di luce sul ruolo che la città ebbe nella lotta contro i romani nella seconda guerra punica e sul passaggio definitivo sotto il dominio di Roma nel 210 a.C.
La città sino alla tirannide di Terone del 488 a.C. fu uno stato fondamentalmente oligarchico su base agraria. I cittadini di pieno diritto (politai) rappresentavano un ristretto numero di gruppi familiari (ghene) che si erano spartiti spazio urbano e territorio e discendevano dall'una o dall'altra delle tre tribù (phylai) secondo un'antica tradizione delle genti doriche. Si riunivano in un organismo politico chiamato halia ed in epoca più recente chiamato boulà. La massa dei cittadini di non pieno diritto costituiva l'ordine assembleare (synkletos) ed aveva solo funzioni di formale ratifica. Dal 488 al 472/1 a.C. la città fu governata dalla tirannide di Terone della famiglia degli Emmenidi, cui si deve lo sviluppo economico, politico, ed artistico di Akragas che fu alla base della vittoria sui Cartanigesi nella battaglia di Himera del 480 a.C.
La caduta della tirannide portò al ritorno delle libertà oligarchiche che furono godute per circa sessanta anni dal 461 sino alla distruzione del 406 a.C. della città da parte dei Cartaginesi. Nel IV secolo a.C. al tempo dei due Dionigi e successivamente al tempo di Timoleonte l'assetto oligarchico venne rinforzato e gli ordinamenti costituzionali, che rimasero in vigore sin oltre la conquista romana, presero forma architettonica monumentale con la costruzione del bouleuterion e dell'ekklesiasterion nell'agorà superiore presso l'attuale sede di questo Museo di cui si è detto.
Sala XI - Le Necropoli
E' la sala dedicata alle ricche necropoli agrigentine che si trovavano a ridosso della città antica e la cui posizione è quasi sempre indicativa dei limiti dello sviluppo dell'abitato nelle fasi corrispondenti con stretta connessione con i vari settori della città. Il legame più stretto con l'organizzazione urbana è fornito dalle arterie stradali, lungo le quali le sepolture si allineano e talora si addossano sino ad invaderle in età più tarda.
Una di queste necropoli era ubicata sulla collinetta di Maddalusa ad ovest del fiume Akragas che fu sede per una estensione di circa tre chilometri della necropoli più arcaica, nella quale si continuò a seppellire, nella parte orientale, ancora nel V secolo a.C. Gli scavi condotti da Pietro Griffo negli anni 1945-1946 hanno definitivamente accertato che i corredi più antichi si datano al primo venticinquennio del VI secolo a.C. e sono contemporanei alla fondazione della città contro l'opinione di Pirro Marconi che fissava i caratteri della necropoli ora come propri della fine dell'VIII secolo ora della fine del VII secolo a.C. da riferire ad una stazione di geloi stabilitasi presso la foce del fiume in epoca precedente la data storica della fondazione di Akragas.
La storia di Agrigento arcaica e classica si riassume nella necropoli di contrada Pezzino (Fig. 58), che è la più ricca e la più vasta tra le necropoli agrigentine ed è stata utilizzata dal VI secolo a.C. sino alla fine del IV secolo a.C. Essa è da identificare con ogni probabilità con quella ricordata da Diodoro (XIII, 86,1-4) a proposito dell'assedio cartaginese di Imilcone e Annibale ai quali la fonte ascrive la distruzione di monumenti funerari per la costruzione di terrapieni all'altezza delle mura allo scopo di rendere più incisivo l'attacco alla città. E' ubicata nei pressi del vallone Hypsas nel settore sud occidentale del colle di Girgenti. Depredata nel corso del XVIII secolo, ha contribuito ad arricchire le collezioni vascolari di molti musei stranieri. Gli scavi regolari intrapresi dal 1985 hanno evidenziato l'organizzazione complessa della necropoli il cui elemento caratteristico è costituito dalla situazione di estremo affollamento delle tombe e dalla presenza di due assi stradali uno dei quali connesso con il decumano che usciva dalla porta VII. La necropoli non presentava una vera e propria organizzazione su basi sociali; tuttavia è stato possibile riconoscere raggruppamenti di sepolture terragne povere a più strati, dislocati in una depressione del banco roccioso. In altri casi invece è risultato evidente una situazione di raggruppamento di sepolture su base familiare. La tipologia delle tombe è varia: vi sono tombe a cassa nella roccia, tombe a cassa costruite con conci squadrati di tufo, sepolture in anforoni e giare per inumazioni di bambini, tombe con tegole alla cappuccina, pozzetti contenenti il cratere cinerario. Nel corso del V secolo a.C., infine, nell'area di alcune cave in abbandono, vengono eretti monumenti sepolcrali di un certo rilievo. A partire dal 575 circa a.C. la ceramica si presenta di produzione ed importazione corinzia cui si affiancano anche ceramiche rodie e ioniche (vetrina 75). Tra il 530 ed il 480 a.C. i corredi presentano vasi di importazione prevalentemente attica, soprattutto lekythoi (vetrine 76-77). Particolarmente ricchi sono i corredi databili tra il 480 ed il 430 a.C., che corrisponde al momento di massimo sviluppo della necropoli. L'inumazione con sepolture a cassa rimane prevalente anche se a partire dal secondo venticinquennio si diffonde l'uso dei pozzetti cinerari. La ceramica attica diviene pressoché esclusiva sia nelle forme figurate che in quelle semplici a vernice nera. I vasi figurati comprendono reperti di qualità che offrono ulteriore testimonianza per il V secolo di un legame privilegiato con il ceramico di Atene. Tra i prodotti più significativi si collocano certamente le anfore nolane del primo quarto del V secolo: quali quelle del Pittore di Londra E 342 con satiro saltellante, del Pittore di Providence (tomba 580, vetrina 78) con Poseidon raffigurato nell'atto di scagliare l'isola di Schiro (Fig. 59) contro il gigante Polibote (lato B) e del Pittore di Charmides (tomba 315, vetrina 79) con due figure di Eos in volo con grandi ali ad ombrello (Fig. 60). La serie dei crateri cinerari si apre con l'esemplare attribuibile al gruppo dei primi manieristi (tomba 1239, vetrina 79) con raffigurazione di Dioniso e Sileno con pelle di pantera tra due menadi (lato A) databile al 470 a.C. (Fig. 61); segue il cinerario con partenza di Trittolemo (lato A) su carro alato (Fig. 62) attribuibile alla cerchia del Pittore di Orizia (tomba 842, vetrina 79). Alla metà del V secolo a.C. circa si data il cratere della tomba 1701 ad inumazione (vetrina 80) con Eos senza ali su biga di cavalli alati attribuibile al Pittore di Bologna (Fig. 63), mentre alla cerchia dei tardi manieristi riporta il cratere cinerario della seconda metà del V secolo a.C. del 440-430 a.C. (Fig. 64) con scene di processione sacra (tomba 685, vetrina 80). Con il 430 a.C. sembra esaurirsi l'utilizzo della necropoli: solo pochi corredi si avvicinano alla fine del V secolo a.C. L'ultima fase di utilizzazione si colloca a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. e le sepolture non hanno la stessa ricchezza di materiali. Si tratta di modeste tombe terragne o a fossa nella roccia che talvolta utilizzano tombe più antiche, mentre la cremazione è generalmente utilizzata per i bambini.
Tra una vetrina e l'altra schierate a bandiera sono collocati vari sarcofagi provenienti da vecchi rinvenimenti delle necropoli agrigentine. Il primo è un sarcofago della fine del VI secolo a.C. in pietra tenera a forma di vasca decorato a basso rilievo da piastrini sormontati da capitelli di tipo eolico (Fig. 65). Il secondo è un sarcofago a cassa in terracotta di pieno V secolo a.C. con bordo ornato di motivi plastici e dipinti (astragali, dentelli e meandri), proveniente dalla parte orientale della necropoli Pezzino. Il terzo è un sarcofago monumentale a cassa in marmo bianco greco databile alla metà circa del V secolo a.C., rinvenuto occasionalmente nel 1885 nella necropoli di Maddalusa. Con il suo interessantissimo motivo di fregio dorico con metope e triglifi riproduce l'ornato architettonico di un edificio templare (Fig. 66).
A due sobborghi della città sono da riferire la necropoli rispettivamente di Poggio Giache presso Villaseta e la necropoli di contrada Mosè. La prima si trova a sud-ovest della città ed è quella più lontana, verso ovest, tra le necropoli dell'antica Akragas. Gli scavi condotti tra il 1963 ed il 1967 hanno restituito tombe scavate nella roccia per inumazioni in sarcofagi in pietra o in legno di cui restano numerose borchie in bronzo (vetrina 83) e una serie di piccole protomi leonine in terracotta (vetrina 84). Da pozzetti cinerari proviene un importante cratere attico a figure rosse databile nell'ultimo scorcio del V secolo a.C. con scena di sacrificio nel santuario di Apollo (vetrina 27 della sala III).
La necropoli di contrada Mosè è da riferire al ricco sobborgo forse ubicato sulla sommità della collina di Pizzo Mosè. Utilizzata a partire dal VI secolo a.C. presenta accanto a semplici tombe terragne veri e propri monumenti sepolcrali in conci di pietra are nana, uno dei quali a doppio loculo (tombe 1-2) nel secondo dei quali in fase di riutilizzo forse nel III secolo a.C. fu ammassato l'originario corredo di fine VI secolo a.C. costituito da uno schiniere in bronzo e da una serie di vasi a figure nere della cerchia del Pittore di Antimenes (vetrina 83). Una grandiosa sepoltura (tomba 8) ricavata all'interno di una fossa interamente costruita in conci squadrati ha restituito uno straordinario sarcofago in marmo monolitico della fine del V secolo a.C. con coperchio a spioventi ed acroteri agli spigoli, dipinto con meandro e kymation lungo i margini del coperchio (Fig. 67). All'interno di esso si trovava lo scheletro perfettamente conservato di una giovane donna con un corredo tipicamente femminile costituito da cinque alabastra e da una lekane. Dal pozzetto cinerario n. 3 di questa necropoli proviene l'eccezionale cratere in bronzo (vetrina 82) con volute a traforo di spirali e palmette ed attacchi a bastoncelli configurati a testa di cigno (Fig. 68a).
Dalla necropoli di età romana, che è ubicata sulle pendici meridionali della Collina dei Templi e nella sottostante Piana di San Gregorio, provengono alcuni sarcofagi esposti in questa sala; tra questi il sarcofago marmoreo di bambino con scene figurate a rilievo su tre lati, recuperato fortunosamente nel 1975 e proveniente da un mausoleo di età adrianeo-antonina del II secolo d.C. (Fig. 68b). Sul lato lungo frontale vi è la raffigurazione del bambino a scuola con tre personaggi maschili tra cui il pedagogo, segue la dolorosa scena della morte del bambino disteso sul letto funerario tra il cordoglio dei genitori velati e seduti in atteggiamento di profonda mestizia e di altre sette personaggi tra cui la nutrice che gli accarezza dolcemente il viso ed il pedagogo che solleva le braccia in gesto sconsolato. Sui lati brevi da una parte il bagno dell'infante e dall'altra il viaggio ultraterreno del bambino morto rappresentato alla guida di un piccolo carro trainato da un ariete.
A questo punto, usciti dalla sala XI si può raggiungere l'uscita proseguendo lungo il corridoio ovvero continuare la visita nella seconda sezione del Museo dedicata alla archeologia del territorio che è stato di pertinenza della Soprintendenza di Agrigento, vale a dire le province di Agrigento e Caltanissetta.
Sala XII-XIII - Preistoria dell'agrigentino
Il viaggio inizia con la preistoria dell'agrigentino con la presentazione delle ricerche archeologiche condotte nel sito di Piano Vento nel territorio di Palma di Montechiaro la cui vita inizia con testimonianze relative alla cultura neolitica delle ceramiche impresse e dipinte del VI e V millennio a.C. Particolarmente significativo è l'aspetto culturale dello stesso sito costituito dalla necropoli dell'età del rame della cultura di S.Cono-Piano NotaroGrotta Zubbia databile agli inizi del III millennio a.C. con corredi provenienti dalle tombe a fossa e dalle tombe a pozzetto tra cui spiccano un piatto da cerimonia (Fig. 69) con decorazione incisa (vetrina 86) ed i materiali della stipe rappresentati da una statuetta di terracotta raffigurante una divinità ibrida (Fig. 70) dai caratteri umani e taurini ed un modellino fittile (Fig. 71) con rappresentazione plastica di un essere teriomorfo ad effige forse umana (vetrina 85).
Di particolare importanza sono i reperti castellucciani dell'età del Bronzo Antico Siciliano provenienti dal santuario-officina di Monte Grande di Palma di Montechiaro della prima metà del II millennio a.C. Si tratta di vasellame dipinto, di corni fittili, di fusaiole e di oggetti votivi tra cui un modello di capanna-tempietto in terracotta (Fig. 72) databili nella prima metà del II millennio a.C. ma anche di strumenti di lavoro (accette) che erano utilizzati per cavare dai banchi rocciosi il materiale solfifero che veniva successivamente fuso nelle fornaci. Si osservino il panetto di zolfo e le ceramiche di importazione egea che documentano antichi rapporti mercantili tra la Sicilia ed il mondo greco prima dell'avvento dei micenei (vetrina 87).
I materiali esposti nella vetrina 88 sul fondo della sala provengono dal deposito votivo del Ciavolaro presso Ribera. Si tratta in gran parte di coppette di impasto grigio-scuro dalle caratteristiche anse ad orecchi equini appartenenti allo stile di TindariRodì-Vallelunga-Ciavolaro (Fig. 73), che rappresenta un aspetto culturale dell'età del Bronzo Antico Siciliano databile alla prima metà del II millennio a.C. Si osservino ancora i materiali ceramici dell'insediamento a più strati di Scirinda presso Ribera che vanno dall'età del Medio Bronzo Siciliano (XIV-XIII secolo a.C.) sino all'età del Ferro con il caratteristico vasellame lustrato in rosso e a decorazione geometrica pertinente alla Cultura indigena di S.Angelo Muxaro (IX-VIII sec. a.C.).
Nelle vetrine centrali della Sala XII si conservano i materiali del Tardo Bronzo Siciliano (XII secolo a.C.) della necropoli di contrada Anguilla di Ribera (vetrina 90), i corredi funerari castellucciani (XIX-XVIII secolo a.C.) rinvenuti nella grotta funeraria di contrada Ticchiara di Favara (vetrine 91-93) tra cui una coppa su alto piede contenente un cranio della vetrina 92 (Fig. 74) ed infine i materiali del Medio-Tardo Bronzo (XIV-XII sec. a.C.) provenienti da Milena e dall'anfratto di contrada Capreria di S.Angelo Muxaro: in particolare si segnalano i bacili bronzei di tipo ciprio ta del XIII-XII secolo a.C. (Fig. 75), un bel frammento di anfora micenea decorata con motivi a spirali ed una coppetta cipriota (vetrina 94). Nella lunga vetrina 89 a parete le collezioni preistoriche comprendono i materiali neolitici impressi di località Ciotta presso Palma di Montechiaro, le due matrici per fusione di asce di località Piano Vento dell'età del Bronzo Antico Siciliano, il vasellame inciso dell'età del Rame iniziale di Grotta Zubbia di Palma di Montechiaro, il materiale dell'età del Rame medio e finale rinvenuto nella Grotta Infame Diavolo, le due Veneri su ciottolo di Busonè (Raffadali), i corredi dell'età del Rame della necropoli di contrada Tranchina presso Sciacca ed i bicchieri di stile campaniforme.
Sala XIV - Topografia dell'agrigentino
E' la sala dei centri del territorio che furono interessati dalla espansione acragantina da est ad ovest, dalla foce del fiume Platani (l'antico Halykos) sino alle vallate interne e al fiume Belice (l'antico Hypsas).Una buona parte di questa sala è dedicata ad Eraclea Minoa, colonia di Selinunte fondata alla metà circa del VI secolo a.C. sulla collina di Capo Bianco alla sinistra del Platani. Contesa nel tempo tra Selinunte ed Akragas, tra Greci e Cartaginesi, tra Cartaginesi e Romani, la città subì le violenze dello scontro e fu devastata al tempo delle guerre servili. Ripopolata da Rupilio nel 131 a.C. fu definitivamente abbandonata alla fine del I secolo a.C.
Si segnalano a cominciare dalla lunga vetrina parietale 97 divisa a scomparti i corredi di età arcaica della seconda metà del VI secolo a.C. della necropoli di Piano Virzì (scavo del 1962) e nella vetrina 96 cinque elmi bronzei, quattro romani ed uno greco provenienti dalle acque antistanti di Eracle Minoa che fu teatro in antico di scontri navali (Fig. 76). Di recente esposizione sono alcuni reperti di età arcaica e classica (VI-V secolo a.C.) provenienti dal sito di Montagna di Marzo presso Barrafranca in provincia di Enna, tra cui alcuni interessanti unguentari ed amphoriskoi (Fig. 77) in pasta vitrea policroma (scomparto 101), il corredo di elmi e schinieri in bronzo di tipo greco nella vetrina 100 e l'interessante anfora indigena della fine VI-inizi V secolo a.C. con iscrizione in caratteri greci (scomparto 101), che documentano la ricchezza di una città sicula forse da identificare con l'antica Erbesso che sorgeva lungo la direttrice che da Gela conduce da un lato alla Piana di Catania e dall'altra ad Enna e che nonostante la diffusa ellenizzazione mantenne nel tempo una sua autonomia culturale contrassegnata dalla diffusa alfabetizzazione e dalla componente guerriera.
Nello scomparto 103 si segnala la testa marmorea di età romana di un'erma di Pan con barba, proveniente da contrada Verdura-Fusillo nel territorio di Ribera.
Nella seconda parte della Sala sono esposti i materiali provenienti dagli scavi condotti a Monte Adranone presso Sambuca di Sicilia, che fu originariamente un centro indigeno posto a dominio della valle del Belice, forse da identificare con l'Adranon di Diodoro (XIII, 4) e che fu ellenizzato nel corso del VI secolo a.C. da Selinunte. Dalla necropoli che si estende all'esterno della podero sa cinta muraria e dal santuario consacrato al culto di Demetra provengono alcuni interessantissimi materiali archeologici che testimoniano la ricchezza di questa città di montagna posta 1000 metri di altezza nella fascia di contatto tra il territorio sica no e quello elimo-punico, che subì la conquista punica nel corso del IV secolo a.C. e la distruzione da parte dei romani verso L metà del III secolo a.C.. Degni di grande attenzione sono la oinochoe indigena di VI secolo a.C. decorata con figura di volatile crestato entro riquadro (scomparto 103), la hydria attica a figure rosse dei primi decenni del V secolo a.C. con scena funeraria di giovane sposa accompagnata agli Inferi (vetrina 102 ripiano inferiore), la straordinaria padella bronzea con manico di kouros (Fig. 78) sormontato da piccolo capitello ionico degli inizi del V secolo a.C.(vetrina 102), alcuni busti di terracotta di Persefone ed in particolare la testa in pietra tenera di Demetra (Fig. 79) dai caratteri tipicamente punici di IV secolo a.C. (vetrina 105). Nell'ultima parte della Sala vi è la esposizione di alcuni significativi reperti provenienti dal sito elimo di Montagnoli presso Menfi lungo il corso terminale del Belice. Si tratta di vasellame a decorazione impressa e a decorazione geometrica dipinta databile nel VII-VI secolo a.C. prima della distruzione operata dai Selinunte (vetrina 109).
Sala XV - Gela
In questo Museo non poteva mancare la Sala dedicata a Gela madrepatria di Akragas. Oltre a 20 pannelli murali che danno l'idea dell'eccezionale patrimonio archeologico-monumentale della colonia rodio-cretese, al centro della Sala (vetrina 110) si trova il magnifico cratere attico a figure rosse databile al 460 a.C. (Figg. 80a-80b), proveniente dalle necropoli di Gela. Si tratta di uno dei capolavori della ceramografia attica ispirata nei temi e nella impostazione delle scene a quella che i Greci concepivano come la madre di tutte le arti, la grande pittura su affresco parietale innovata da Polignoto di Taso e da Mikon di Atene ai quali si deve l'introduzione di scene rappresentate su diversi livelli che davano una varietà considerevole alla composizione d'insieme dei miti e delle scene di battaglia rappresentate da questi pittori a Delfi e ad Atene. L'opera è attribuita al Pittore dei Niobidi, nome derivante dalla scena omonima rappresentata su un famoso cratere del Louvre proveniente da Orvieto, capolavoro di questo artista attivo tra il 470 ed il 450 a.C.
Sul collo scena di centauromachia con Eracle ed il centauro Folo; sul corpo la scena centrale è costituita dalla lotta tra guerriero, elmato ed armato di grande scudo, corazza e lancia, e un'amazzone che viene atterrata. Con ogni probabilità si tratta dello struggente episodio dell'uccisione da parte di Achille di Pentesilea, giovane regina delle Amazzoni, della quale l'eroe si innamora nello stesso istante nel quale ne provoca la morte.
Sala XVI - Cultura di S. Angelo Muxaro
In questa Sala sono esposti i materiali della Cultura indigena protostorica di S. Angelo Muxaro-Polizzello con le tipiche ceramiche lustrate in rosso e con le ceramiche decorate ad impressioni della fase della colonizzazione greca, appartenenti già alla collezione dei baroni Giudice ed ai vecchi fondi del Museo Civico (vetrine 111-114). Il nome a questa Cultura proviene dal sito di S. Angelo Muxaro, centro interno dell'agrigentino situato lungo il medio corso del Platani (Fig. 81), che ipotesi di studio molto attendibili hanno identificato con la città di Camico, sede della reggia del re sicano Kokalos, attorno a cui ruotano la leggenda del fuggiasco Dedalo mitico costruttore della fortezza e la spedizione punitiva di Minosse re di Creta. Le ricerche archeologiche hanno gettato una fascia di luce su questa leggenda, dietro cui si celano rapporti mercantili e culturali con il mondo egeo-miceneo in epoca di precolonizzazione greca risalente ad età micenea (seconda metà del II millennio a.C.). Questi rapporti si spiegano con la ricchezza mineraria del bacino del Platani (l'antico Halykos, fiume del sale) rappresentata dai banchi di salgemma. La componente egea della Cultura sicana di S. Angelo Muxaro emerge dalle monumentali tombe a tholos scavate nella roccia di cui si ha una visione dalle ricostruzioni plastiche presenti in questa Sala. Di particolare interesse sono due bronzi di arte indigena (Fig. 82), l'uno raffigurante un torello proveniente da Polizzello presso Musso-meli l'altro raffigurante un vitello proveniente da S. Angelo Muxaro (vetrina 113).
Sala XVII - Topografia del Nisseno
E' questa la Sala dedicata ai materiali provenienti da alcuni siti di cultura sicana ricadenti nella provincia di Caltanissetta (Vassallaggi presso S.Cataldo e Monte Raffe nel territorio di Milena) dove il processo di ellenizzazione, compiuto prima dai geloi e successivamente dagli acragantini nel corso del VI secolo a.C. quando questo territorio passò sotto di quest'ultimi, fu così forte da far diventare centri di cultura ellenica questi insediamenti indigeni. In particolare Vassallaggi da identificare probabilmente con Motyon ricordata da Diodoro (XI, 91), già centro indigeno nell'VIII-VII secolo a.C., verso la metà del VI secolo a.C. diventa un insediamento greco con il suo santuario con tempietto in antis di pieno V secolo a.C. rientrante nella tipica architettura siceliota e con la sua ricca necropoli i cui corredi documentano importazioni di vasellame attico molto pregevole. I materiali sono esposti in una lunga vetrina a muro divisa in scomparti ed in quattro vetrine isolate.
Si segnalano il busto fittile di divinità ctonia databile al V secolo a.C. (Fig. 83) proveniente dal santuario (scomparto 115), alcuni frammenti indigeni con decorazione impressa ed un modellino di capanna conica simile ad una lanterna (scomparto 115), e tra i tanti pregevoli vasi provenienti dalla necropoli il cratere attico a colonnette di V secolo a.C. (Fig. 84) con coppia di cavalieri armati di giavellotto del Pittore di Londra E 489 (vetrina 117), la pelike attica del ceramografo Polignoto del 440-430 a.C. con Posidone che sorprende Amymone (vetrina 117), la oinochoe attica del Pittore di Shuvalov o del Pittore di Eretria databile al 430 a.C. circa con Eracle Apollo ed Artemide che lottano per la cerva di Delfi (vetrina 117), il cratere attico a figure rosse della cerchia del Pittore di Polignoto databile attorno al 440 a.C. con Andromeda tra il padre Kepheus ed uno schiavo negroide (Fig. 85) in atto di manovrare con le mani un piccone (vetrina 120), il cratere attico a calice databile attorno al 450-440 a.C. con papposileno che danza dinanzi ad una menade che suona la lira (vetrina 123). Nei corredi è quasi sempre presente il coltello di ferro usato per il sacrificio funerario e deposto successivamente nella tomba; di frequente si ritrova lo strigile di bronzo, caratteristico strumento utilizzato dai guerrieri e dagli atleti per detergere il corpo dal grasso tonificante. La sala termina con la esposizione dei materiali di Monte Raffe, tra cui si segnala una statuetta fittile di Sirena della fine del IV secolo a.C. (scomparto 127).
A questo punto si conclude la visita alle sale e ci si può avviare all'uscita del Museo passando dal book shop dove si possono acquistare oggetti e pubblicazioni di interesse archeologico.